Pachypodium lamerei
Genere:
Pachypodium
Famiglia:
Apocynaceae
Habitat:
Pachypodium lamerei è originario del Madagascar meridionale, dove cresce in ambienti aridi con suoli sabbiosi o rocciosi e fortemente drenanti. Si sviluppa su pendii assolati e in zone soggette a lunghe stagioni secche, accumulando acqua nel suo tronco ispessito per resistere alla siccità.
Sinonimi:
Pachypodium rutenbergianum f. lamerei
Pachypodium champenoisianum
Pachypodium lamerei var. ramosum
Pachypodium ramosum
Descrizione:
Il nome Pachypodium lamerei unisce i termini greci pachys (“grosso”) e podion (“piccolo piede”), in riferimento al tronco massiccio e rigonfio tipico del genere. L’epiteto specifico lamerei rende invece omaggio a Monsieur Lamere, funzionario doganale francese in servizio a Fort Dauphin, nel Madagascar meridionale, che per primo raccolse l’esemplare tipico della specie. La pianta fu poi descritta ufficialmente nel 1899 dal botanico Emmanuel Drake del Castillo nel Bulletin du Muséum d’Histoire Naturelle.
Pachypodium lamerei presenta un fusto cilindrico, eretto e ingrossato alla base, caratterizzato da una corteccia grigiastra ornata da fitte spine rigide e appuntite lunghe fino a 6 cm e disposte a gruppi di tre. Con il tempo può ramificare nella parte apicale, assumendo una forma simile a un piccolo albero succulento. Le foglie, lunghe e lanceolate, sono di colore verde brillante e compaiono soprattutto all’estremità dei rami, formando una rosetta terminale. La pianta è tipicamente decidua in risposta alla siccità: perde il fogliame durante la stagione secca per ridurre la traspirazione, mentre il caudice immagazzina riserve idriche che le garantiscono sopravvivenza e robustezza nei periodi più aridi.
Questo esemplare fiorisce tra la primavera e l’inizio dell’estate, producendo all’apice dei rami grandi fiori bianchi a forma di trombetta, dal profumo delicato, sebbene in coltivazione la fioritura resti rara. Dopo l’impollinazione si sviluppano i frutti: lunghi follicoli gemelli che ricordano piccole “banane”, generalmente lunghi 15-20 cm e contenenti numerosi semi piccoli e bruni.
Coltivazione:
Pachypodium lamerei richiede poche cure se le condizioni sono adatte, ma cresce lentamente e richiede pazienza prima di raggiungere la sua forma matura.
Necessita di un terreno estremamente drenante, capace di asciugarsi rapidamente dopo le annaffiature per evitare ristagni che potrebbero causare marciumi. In coltivazione si predilige un substrato minerale, leggero e arioso, composto da sabbia grossolana, pomice, lapillo o ghiaia fine, con una minima componente organica. Per garantire un deflusso ottimale dell’acqua è opportuno coltivarlo in un vaso forato.
L’irrigazione deve essere moderata e ben calibrata: la pianta, infatti, tollera la siccità molto meglio dei ristagni. Durante la stagione vegetativa si annaffia solo quando il substrato è completamente asciutto, attendendo sempre qualche giorno prima di bagnare nuovamente. Con l’arrivo dell’autunno e per tutto l’inverno, quando la pianta entra in riposo e può perdere le foglie, le irrigazioni vanno drasticamente ridotte o sospese del tutto.
Predilige un’esposizione molto luminosa e soleggiata. Tollera senza problemi il sole diretto, che favorisce anche una buona produzione di foglie e, nelle piante mature, la fioritura. In ambienti poco luminosi tende invece a indebolirsi e perdere vigore. Durante l’estate può essere collocato all’aperto in una posizione riparata dal vento, mentre in inverno va protetto dal freddo, assicurandosi che riceva comunque la massima luce possibile.
La concimazione deve essere leggera e mirata, poiché la pianta cresce lentamente. È sufficiente un’unica somministrazione durante la stagione vegetativa, utilizzando un fertilizzante per cactacee ben bilanciato e diluito. In autunno e in inverno, quando la pianta entra in riposo, la concimazione va sospesa del tutto.
Va rinvasato solo quando necessario, in genere ogni 2-3 anni, scegliendo un contenitore leggermente più grande del precedente e sempre dotato di fori di drenaggio. Il rinvaso si effettua preferibilmente in primavera, all’inizio della stagione vegetativa, utilizzando un substrato molto drenante e rinnovando quello ormai compattato. È importante maneggiare la pianta con cautela a causa delle spine robuste e non interrare troppo il colletto, per evitare ristagni che potrebbero causare marciumi.
Produce un lattice bianco, caratteristico delle Apocinacee, che può risultare lievemente irritante se ingerito o se entra a contatto con pelle e occhi. Non è considerato particolarmente pericoloso, ma è comunque buona norma maneggiarlo con qualche precauzione durante rinvasi o potature. Le spine solide lungo il fusto rappresentano l’aspetto più fastidioso della pianta; è quindi consigliabile collocarla in un punto sicuro, fuori dalla portata di bambini e animali domestici.
È una pianta generalmente robusta e poco soggetta a malattie. I problemi più comuni derivano soprattutto da errori di coltivazione, in particolare ristagni idrici che possono provocare marciumi radicali o del colletto. Per quanto riguarda i parassiti, può essere colpito solo occasionalmente dagli afidi, soprattutto in ambienti poco aerati o durante la ripresa vegetativa.
Un consiglio: se coltivato per molti anni in casa, il Pachypodium lamerei può arrivare a superare lo spazio disponibile. In questi casi è possibile contenere lo sviluppo praticando un taglio dell’apice: sebbene in natura la ramificazione compaia soprattutto a seguito di danni accidentali o in esemplari molto maturi, la recisione della cima può stimolare la formazione di nuove branche, sfruttando le capacità rigenerative della specie.
Propagazione:
La propagazione avviene soprattutto da seme, il metodo più efficace e produttivo. I semi freschi garantiscono un tasso di successo molto elevato, anche intorno al 90%: prima della semina è utile lasciarli in ammollo in acqua tiepida per 24 ore, quindi distribuirli su sabbia umida o un substrato molto leggero. La specie può essere moltiplicata anche per divisione degli eventuali polloni basali: questi ultimi vanno rimossi con cura dalla pianta madre e lasciati asciugare per 5-8 giorni prima di piantarli, per ridurre il rischio di marciumi e favorire l’attecchimento.
Curiosità:
Pur essendo comunemente chiamato “palma del Madagascar”, questo esemplare non è affatto una palma, ma una succulenta appartenente alla famiglia delle Apocinacee, la stessa di oleandri e plumerie. L’assonanza deriva esclusivamente dall’aspetto: nelle piante adulte, infatti, il fusto colonnare è sormontato da un ciuffo di foglie, ricordando la struttura delle palme.
Sito Web Ufficiale:
www.giromagi.com
Wholesale:
www.giromagicactusandsucculents.com